TRIONTO, ORIGINE DEL MONDO.

Foglia d’acero, attendo che tu arrossisca, prima di baciarti sulla bocca. Lo so che ci vorrà l’autunno. Ma già pregusto lo stordimento dei colori, le macchie cremisi sulla tavolozza policroma del bosco. Poso lo sguardo su di te e immagino. Mentre la valle mi inghiotte. E il mio cuore bambino si riempie di meraviglia. E di malinconia. L’amore è meraviglia e malinconia, infatti. Forse anche malattia. Sono inguaribile. L’unico lenimento è venire dentro te. Rifugiarmi in te. Celarmi in te. Morire accanto e su di te. Ti volevo, valle del Trionto, come un rabdomante cerca l’acqua, come un assetato cerca la fonte. Cammino delicatamente. Perché il sentiero è un corpo. Mi addentro ne “l’origine del Mondo”. Come il quadro di Gustave Coubert. Perché questo è la valle: un corpo di donna. Misterioso e soave. Che genera vita. E di vita ce n’è tanta intorno a noi. I castagni ciclopici ed i muretti a secco, i sentieri perduti, le piantine d’acero con le grandi foglie ancora verdi, i carpini e gli ornielli, il rosa dei fiori di malva ed il giallo di quelli di verbasco, la giungla di erbe grasse ed odorose. Un ruscello salta veloce fra le rocce muscose. La sorgente di Margiamundu, che Sasà ripara con le sue mani: acqua su legno, pietra su pietra, corpo su corpo. In una lenta danza silenziosa delle sue dita amorevoli. Perché l’umore della Terra sgorghi di nuovo, limpido e puro. A dissetare i viandanti. Quando il promontorio del Piraino si stacca dai lecci per calare a picco sulle gole, la mia ombra compare sull’erba, sotto il sole gravido del mattino, come un altro me stesso. E dove volgo lo sguardo c’è il fiume, sopra e sotto, con i suoi meandri, la sua fuga perenne, il suo eterno correre al mare. Il fiume che mugghia nel suo ventre di pietre. Come lo vide Duret de Tavel. Come lo vide Norman Douglas. Che di qui passarono increduli. Sotto, sulla confluenza col Vallone Freddo, un grande pino svetta obliquo, in bilico da secoli, il tronco cavo, tenuto in quella strana postura da radici possenti come rami, avvinghiate alla terra. E’ il cuore della valle, dove non viene più nessuno, da anni. Risaliamo il Trionto per ore, fra giungle e savane, spersi al mondo e a noi stessi. C’è silenzio, fuori e dentro di me. E il cammino vorrebbe non finire mai. E il penetrare dolcemente ed a fondo vorrebbe protrarsi per ore. Solo la ragione ci riconduce sui nostri passi. Mentre riattraversiamo i luoghi del mattino, nella nuova luce meridiana, penso a quanto amo questo luogo. Che è un paesaggio della Terra, ma anche un mio paesaggio interiore. Esattamente come lo è per Sasà, che ora cammina in silenzio dinanzi a me, il volto sognante e triste. Un paesaggio che si apre dinanzi ai nostri occhi ma è anche dentro di noi. Come un sedimento inconscio, innato. Per questo, a volte, sento di riconoscere luoghi che nella mia vita non ho mai visto. Per questo quando vi torno è come fosse la prima volta. Per questo mentre li penetro delicatamente, dolcemente, è sempre un lento ritorno a casa.

Nelle foto: scorci dell’alta valle del Trionto, Sila Greca, Parco Nazionale della Sila, Calabria. Foto Francesco Bevilacqua.

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