ccb63c 85a7bfb31c9945448c2da2899ec3e7d7

CAMMINI IN CALABRIA

Premessa

Come spiego meglio in un’altra sezione di questo sito (quella intitolata “Concetti”), coniugo il verbo viaggiare in un modo del tutto personale. La mia è una stanzialità errante o, se volete, un “viaggiar restando”, come dice Vito Teti. Tutto questo significa che non amo girare il mondo in lungo e in largo, non mi interessano le rotte transoceaniche, non mi affascinano i paesi esotici. Ancora oggi, dopo più di 35 anni di peregrinazioni pedestri, desidero conoscere la regione dove ho scelto di vivere, che ho deciso dovesse essere la mia patria, il paese dove sono rinato definitivamente dopo la mia giovinezza inconsapevole. Ho rispetto di qualunque altra concezione del viaggio, ma la mia è solo questa. E, credetemi, sono ancora centinaia i luoghi che devo esplorare e conoscere in Calabria.

Per questo ho deciso di inserire in questo sito una sezione dedicata ai cammini. Uso un termine caro ad Henry David Thoreau, perché qualunque altro (escursione, trekking etc.) mi sembra inadeguato ed inflazionato. Mentre il termine cammino è pregno di significati anche simbolici. E’ una metafora della vita, implica una ricerca geografica e nello sesso tempo interiore.

Le montagne calabresi e più in generale le aree interne della Calabria rappresentano una grande e variegata occasione per praticare l’attività che ho appena descritto. Mentre i litorali sono stati in parte travolti dall’urbanizzazione massiva (ma anche sulle coste della Calabria si trovano ancora tratti intonsi e di straordinario valore estetico e paesaggistico), le aree interne sono in gran parte sconosciute e sono per gran parte scampate alla distruzione ambientale.

Esse offrono infinite possibilità di svago, riposo, attività out-door, conoscenze, cultura, esperienze eco-sensoriali e spirituali in qualunque periodo dell’anno.

L’estate è, ovviamente, la stagione migliore per mettersi in movimento, visitare tutti gli ambienti, i paesi, i siti archeologici e storico-artistici etc. E’ l’occasione per raggiungere l’alta montagna ed osservare da vicino, con poco sforzo, piante ed animali. E’ il momento di avere a che fare con i laghi e i tanti corsi d’acqua, sia che si vogliano fare semplici e brevi passeggiate nei punti più accessibili, sia che si voglia fare torrentismo, canoa, rafting. Senza contare che ogni luogo dell’interno dista non molto dalle splendide coste calabre del Tirreno e dello Ionio.

La primavera è il tempo dell’andar per fioriture (con le praterie inondate letteralmente da una miriade di specie che danno vita a straordinarie tavolozze policrome) e cascate (dato che i fiumi hanno una maggior portata).

D’autunno, i boschi calabresi si infiammano dei colori più inauditi, cangianti e sontuosi, a seconda delle varie specie.

La grande presenza di sentieri e stradine, con percorsi sempre più capillarmente segnalati grazie all’opera congiunta degli enti parco (mi riferisco soprattutto ai tre grandi parchi nazionali calabresi, Pollino, Sila e Aspromonte) e del Club Alpino Italiano, e i non impossibili dislivelli tra i fondovalle e le cime, rendono le escursioni pedestri alla portata di tutti. Benché siano possibili anche attività più impegnative come l’alpinismo, l’arrampicata, la speleologia, il canyoning etc. Naturalmente, le stradine di montagna sono ottime occasioni per gli sport equestri e per la mountain-bike. Così come le esperienze di escursioni su neve – sia esse con gli sci da fondo, con quelli da fondo escursionismo, con le ciaspole – sono di facile realizzazione.

Non meno interessanti e agevoli le visite ai luoghi dell’umanità e della cultura. Che rappresentano l’ideale corollario della natura. Dai borghi ai monumenti, dalle aziende agricole alle baracche dei pastori, dai musei all’artigianato, sino ai luoghi di produzione e di offerta delle decine e decine di specialità gastronomiche legate al territorio, sono fonte di incontri e scoperte straordinari. Oramai, su tutto il territorio della Calabria è diffusa l’accoglienza ad ogni livello, alberghi, b&b, agriturismi.

La scelta della tipologia dei mezzi di spostamento nelle aree interne e soprattutto sulle montagne della Calabria è estremamente variegata. Quel che davvero importa è andare lenti. Appena lasciate le zone urbanizzate, occorre mettere da parte la fretta, l’ansia, lo stress, all’esterno, bisogna spogliarsi dei consunti abiti della vita cittadina e calarsi in una dimensione che da millenni ha nella lentezza il suo punto di forza. Si potrebbe prenotare, tanto per cominciare, un viaggio nei vagoni d’epoca trainati da una sbuffante locomotiva nel tratto ancora attivo delle ex Ferrovie Calabro-Lucane, tra Cosenza e Rogliano (un tempo vi erano altre tratte attive di ferrovie secondarie, dal Pollino all’Aspromonte). Si può, viceversa andare a piedi o in bicicletta, o a cavallo o a dorso d’asino. D’inverno, come ho accennato, a parte l’esperienza del treno, le stesse escursioni che nella buona stagione si fanno a piedi o in mountain-bike, quando e dove c’è la neve si possono fare con gli sci da fondo, quelli da fondo escursionismo, le ciaspole.

Nelle aree interne della Calabria il turismo è un’altra cosa: è viaggio nel senso più autentico del termine. E’, cioè, scoperta dei luoghi ed immersione nei luoghi stessi. E’ procedere su un sentiero ma anche entrare dentro se stessi. E’ capire che dietro una montagna o un paese c’è un’identità secolare, una memoria ancestrale, un modo di stare al mondo, che sono come tesori nascosti. Che per essere colti, hanno bisogno che dedichiamo loro tempo e passione. Quindi non affrettiamoci. Pianifichiamo le nostre vacanze in Calabria senza lunghi spostamenti, ma scoprendolo pezzo per pezzo, paese per paese, montagna per montagna. E ci accorgeremo che da qualche parte potremo anche lasciarci il cuore. O, perché no, che di quel luogo potremmo fare anche la nostra seconda o addirittura prima patria.

Quando saremo nelle aree interne della Calabria, non dovremo sentirci come degli estranei. O peggio, come dei turisti mordi e fuggi. Potremo capire davvero uomini e luoghi, se cercheremo di apprendere la loro Storia. Ma anche le loro tante piccole storie. Per far questo sarà utile leggere o almeno informarsi, essere curiosi, lasciarsi spiegare. Dietro ogni cosa, sia essa naturale o umana, c’è una lunga evoluzione. E ciò che vediamo è come natura ed uomini l’hanno forgiato, trasformato, vissuto nei millenni. Capiremo così il perché di tante cose e saremo più consapevoli di ciò che vedremo.

E veniamo finalmente agli itinerari proposti qui.

Per i visitatori, anche mancanti di specifica esperienza escursionistica, che vogliano fare esperienza di cammino in Calabria ho selezionato alcune semplici e piacevoli passeggiate a piedi, che consentono di osservare, con non molto sforzo, alcuni dei paesaggi e degli ambenti più suggestivi delle principali aree geografiche che compongono la regione. Si tratta in massima parte di montagne (solo l’ultimo paragrafo riguarda località diverse dai monti). E’ lì, infatti che la natura ed i paesaggi si sono meglio conservati, come ho detto.  I percorsi proposti rappresentano piccoli esempi tra le centinaia di possibilità che la Calabria offre da questo punto di vista, tutti tratti dai miei libri alla Calabria indicati nell’apposita sezione di questo sito, facilmente procurabili attraverso il sito dell’editore Rubbettino www.rubbettino.it.

Ho suddiviso gli itinerari sotto i nomi dei principali gruppi montuosi calabresi, indicando due cammini per ciascun gruppo montuoso. L’ultimo paragrafo è dedicato, come ho detto a località diverse dalle montagne.

In coda all’elenco dei cammini, troverete una appendice relativa a come attrezzarsi ed una concernente le regole di comportamento.

Non indico dove alloggiare e da chi farsi guidare (cosa vivamente consigliata non solo per essere sicuri di dove si va ma anche per farsi narrare i luoghi da persone che li vivono e ne hanno fatto le loro patrie), per non far torto alle decine di amici che ho in ogni parte della regione e che si occupano ormai con professionalità e serietà proprio di questo particolare settore. Contattato in privato (vedi sezione contatti di questo sito) da chi fosse interessato, potrò fornire qualunque informazione e consiglio.

I cammini consigliati

Pollino

Da Colle Marcione di Civita all'alta valle del Raganello.

Comuni: Civita.

Difficoltà: per tutti.

Altitudini: media m. 1200.

Dislivelli (solo andata): sostanzialmente nulli.

Tempi (solo andata): h. 1,00.

Segnaletica: non presente.

Località di partenza: dall’inizio dell’abitato di Civita (raggiungibile con l’uscita di Castrovillari-Frascineto dell’autostrada A3 SA/RC) si sale in auto a sinistra lungo la strada montana asfaltata per Colle Marcione. Subito dopo si passa, in sequenza, accanto al cimitero, dinanzi ad un ristorante, vicino ad un’area pic-nic. Poi cominciano i tornanti che fanno guadagnare quota. Si segua sempre la strada asfaltata. A km 7,6 si incontra sulla sinistra una fontana. A km 8,2 (calcolando la distanza sempre da Civita) si raggiunge Colle San Martino ove è una deviazione in salita sulla sinistra (va verso Colle della Scala o Piano di Ratto). Si prosegue ancora lungo la strada asfaltata e, a km 10,5 si raggiunge Colle Marcione, riconoscibile perché sulla destra vi è un rifugio in muratura inutilizzato. Lasciare l’auto.

Percorso a piedi: si prosegue a piedi lungo la strada asfaltata che corre a mezza costa sulla pendice di sinistra (destra idrografica) dell’alta valle del Raganello, a monte delle famose gole. La strada diviene, più avanti, a fondo naturale. Si prosegue a piacimento. Il paesaggio che si squaderna dinanzi a chi percorre l’itinerario è di straordinaria bellezza: sulla sinistra, la distesa del grande bosco della Fagosa si impenna verso la linea di cresta de La Manfriana sino alla lontana cuspide di Serra Dolcedorme; sulla destra, oltre gli abissi del Raganello si erge maestosa e ripida, la grande parete rocciosa di Timpa di S. Lorenzo; in fondo, ecco l’inconfondibile triangolo roccioso de La Falconara. Tutt’intorno, sparse sul largo imbuto orografico, che scende verso il fondo del Raganello, vi sono sparse alcune antiche masserie di contadini e pastori. La passeggiata più essere proseguita a piacimento lungo la stradina.

Varianti (solo per escursionisti): da Colle Marcione, un sentiero sulla destra sale in breve alla sella tra Timpa di Porace e Timpa di Cassano. Le due cime sono raggiungibili con facilità dalla sella ed offrono panorami incomparabili. Sempre da Colle Marcione un sentiero sulla sinistra porta alla stradina a fondo naturale che percorre il grande bosco della Fagosa. Poco prima di Fontana del Principe, a sinistra, si stacca un sentiero segnalato che, con un lungo cammino porta, in sequenza, alle Fonti del Vascello, al Piano di Fossa ed al Piano di Acquafredda, sino al Passo delle Ciavole, dal quale, prendendo la cresta a sinistra si giunge ad un magnifico belvedere sui Piani di Pollino. Poco prima di Colle Marcione, in località Colle San Martino, una stradina sterrata sale sino al Colle del Calderaio, da dove si può impegnare la lunga linea di cresta che tocca Timpa del Principe, Costa la Verna e Monte Manfriana.

Da Colle Impiso di Viggianello ai Piani di Pollino. Comuni: Viggianello.

Difficoltà: per escursionisti.

Altitudini: minima m. 1453, massima m. 1750.

Dislivelli (solo andata): m. 297 in salita.

Tempi (solo andata): h 2,30.

Segnaletica: segni di vernice a bande bianche e rosse.

Località di partenza: dall’autostrada A3 SA/RC uscire allo svincolo di Campotenese e prendere in direzione di Rotonda. Al bivio piegare a destra sino a Piano Ruggio. Proseguire per circa km 3 fino ad una curva a sinistra dal cui angolo esterno destro si diparte, verso destra (a gomito), una stradina a fondo naturale (cartelli del parco). E’ la località Colle Impiso. Lasciare l’auto.

Percorso a piedi: si salga lungo la stradina che dopo poco inizia a scendere verso i Piani di Vacquaro. Vi è anche un sentiero alternativo, sulla destra, nel bosco, segnalato, che scende diagonalmente sino ad un declivio poco in alto a destra dei Piani di Vacquaro e che si usa, di norma, per l’itinerario che va a Piano di Gaudolino. Nel caso si utilizzasse quest’ultimo, una volta fuori dal bosco, su un’ampia radura, anziché proseguire per il sentiero segnalato, occorre scendere lungo la stradina a sinistra che raggiunge in breve il fondovalle del Torrente Frido, ai Piani di Vacquaro (ben visibili già dall’alto) e lì, intersecata la stradina che proviene da Colle Impiso, imboccarla verso destra. Optando, invece, per la stradina che da Colle Impiso passa direttamente per i Piani di Vacquaro, si scende attraverso essa sino ai piani stessi, si risale, poi, il corso del Frido sul lato destro. Rientrati nel bosco, si passa per la piccola radura del Piano di Rummo e si prosegue lungo la stradina principale fino a raggiungere l’orlo del Piano Toscano oltre il quale si apre la meravigliosa e grande conca prativa di quelli che vengono comunemente denominati Piani di Pollino, i cui orli risalgono, a sinistra, verso Serra delle Ciavole, Grande Porta del Pollino e Serra di Crispo, e, a destra, verso il M. Pollino e Serra Dolcedorme.

Varianti (solo per escursionisti): dal Piano Toscano, che è costituito dalla parte più bassa della grande conca erbosa detta, per comodità, Piani di Pollino, è possibile salire su quattro delle principali vette del Pollino. Attraversando le praterie a sinistra, appena sbucati sul piano, si può procedere sino alla Grande Porta del Pollino e da qui prendere a sinistra, lungo la linea di cresta di Serretta della Porticella e poi di Serra di Crispo, oppure a destra sino alla lunga cresta di Serra delle Ciavole. E’ in questa zona che sono osservabili molti esemplari giganteschi di Pino loricato. Attraversando il Piano Toscano in avanti, invece, e prendendo una valletta laterale a destra, un sentiero nella faggeta sale sino al passo di Malvento, da dove è possibile salire, a sinistra verso Serra Dolcedorme, e a destra verso il Monte Pollino.

Monti dell’Orsomarso

Da Povera Mosca di Orsomarso alle gole del Torrente Argentino.

Comuni: Orsomarso

Difficoltà: per tutti.

Altitudini: minima m. 278, massima m. 461.

Dislivelli (solo andata): metri 182 in salita.

Tempi (solo andata): h. 1,30.

Segnaletica: segnali di vernice a bande bianche e rosse.

Località di partenza: dall’inizio dell’abitato di Orsomarso (raggiungibile dalla SS 18 piegando verso l’interno all’altezza di Scalea o dall’autostrada A3 SA/RC uscendo allo svincolo di Campotenese e prendendo poi per  Campolongo, Scorpani, Orsomarso) prendere la stradina a destra che, passando dapprima in mezzo alla parte nuova del paese, scende poi nella valle del Torrente Argentino (si può scendere nella valle anche dalla piazzetta principale del paese). Imboccare la stradina a fondo naturale che risale il corso del fiume. Si passa sotto l’antico abitato di Orsomarso (a sinistra) e poi sotto il pittoresco torrione di roccia detto Crivo dell’Uomo Lungo (sempre sulla sinistra). Si continua oltrepassando alcune aree attrezzate e delle trattorie. Si attraversa il fiume prima da sinistra a destra e poi da destra a sinistra su stretti ponti. Si prosegue sino ad entrare nel cuore delle gole ed a raggiungere un rifugio in località Povera Mosca dove finisce la strada carrabile. Lasciare l’auto.

Percorso a piedi: poco prima del rifugio di Povera Mosca, un primo ponte consente di attraversare il torrente da sinistra a destra e di procedere lungo la stradina a fondo naturale che risale il corso del fiume lungo il fondovalle. Il percorso (una antica via di esbosco) è stato attrezzato con comodi ponti. Tutt’intorno si apre il fitto bosco di macchia mediterranea con prevalenza di lecci, che avvolge la valle come una giungla. In alto si intravedono fantastici picchi rocciosi. L’acqua del fiume è gelida e cristallina. Queste montagne erano anticamente costellate di romitaggi bizantini, di cui restano ancora tracce in punti a volte inaccessibili. Si procede così, con diversi attraversamenti, sino a località Pantagnoli, oltre cui non vi sono più ponti e la gola diviene selvaggia e difficilmente praticabile.

Varianti (solo per escursionisti): innanzitutto, da Povera Mosca si può compiere un anello, salendo a sinistra lungo il sentiero segnalato che passa per la Valle di Milari ove scorre il Rio Brancato e sale poi a destra sino al valico di Castel di Noceto (uno stretto, difficile ma breve sentiero si inerpica fin sulla rupe ove sono resti di fortificazioni bizantine e longobarde). Oltre il valico il sentiero scende sino a ricongiungersi al percorso principale che risale la valle dell’Argentino. Da Pantagnoli, continuando lungo il sentiero (attenzione: in più punti la vegetazione lo ha quasi cancellato) e procedendo con la massima attenzione si può percorrere l’antica mulattiera che portava a Povera Mosca. D’estate, invece, sempre da Pantagnoli, si può scendere sul greto del fiume e risalirne a piacimento il corso (occorre guadare e bagnarsi in più punti).

Dal rifugio di Piano di Novacco di Saracena a Piano di Mezzo ed a Piano Grande.

Comuni: Saracena.

Difficoltà: per tutti.

Altitudini: minima m. 1238, massima m. 1340.

Dislivelli (solo andata): sostanzialmente nulli.

Tempi (solo andata): h. 1,00.

Segnaletica: non presente.

Località di partenza: dall’Abitato di Saracena (raggiungibile dall’autostrada A3 SA/RC con lo svincolo di Spezzano Albanese-Sibari) prendere la strada montana asfaltata per Piano di Novacco. Seguire sempre le indicazioni per Piano di Novacco. Dopo circa km 10 dal paese, tralasciati varie deviazioni asfaltate sulla destra e altre sterrate sulla sinistra, si giunge al trivio di Piano dell’Erba. Qui si piega a sinistra e si raggiunge l’ampia conca prativa di Piano di Novacco con un rifugio sulla sinistra e alcune casette. Lasciare l’auto.

Percorso a piedi: si comincia a camminare tornando indietro lungo la strada di provenienza. Giunti al trivio di Piano dell’Erba si prosegue dritti salendo lungo la strada asfaltata che penetra nella faggeta e, poco dopo, raggiunge, sulla destra, l’area attrezzata di Piano di Mezzo, con tavoli da pic-nic ed un rifugio in legno. Si lascia la strada asfaltata e si piega a destra passando accanto all’area pic-nin, sulla destra, e a due capannoni abbandonati, sulla sinistra. Proprio, in questo punto, sulla sinistra, prima dei capannoni, vi è un faggio gigantesco il cui tronco è nascosto alla vista dai faggi più piccoli. Si prosegue oltre attraversando la piccola conca erbosa di Piano di Mezzo. Si prosegue ancora e ci si affaccia sulla bellissima ed ampia conca di Piano Grande.

Varianti (solo per escursionisti): si può attraversare o girovagare in lungo e in largo il Piano Grande. Oppure si può contornarlo per cresta, con un lungo ma straordinario anello, salendo a destra verso Timpone del Vaccaro, nella faggeta e poi girando tutto intorno al piano con continui saliscendi, passando per Monte Caroso, Cozzo di Barbalonga, Cozzo l’Ancella, Monte il Tabbaccante e riscendere a Piano di Mezzo.

Catena Costiera

Dal bivio per Cerisano a Monte Pietra Ferruggia e Monte Pietra Longa.

Comuni: Mendicino, Cerisano.

Difficoltà: per escursionisti.

Altitudini: minima m. 1064, massima m. 1239.

Dislivelli (solo andata): m. 275 in salita, m. 100 in discesa.

Tempi (solo andata): h. 1,30.

Segnaletica: non presente.

Località di partenza:  dalla SS tirrenica n. 18 deviare verso l’interno in direzione di Fiumefreddo Bruzio e proseguire poi verso Mendicino e Cerisano. Poco oltre il bivio per Mendicino, dove la strada incrocia la larga striscia del metanodotto, lasciare l’auto. Semplice l’accesso anche dall’autostrada SA/RC: si esce allo svincolo di Cosenza sud e si prosegue prima per Mendicino e poi per Fiumefreddo Bruzio.

Percorso a piedi: provenendo da Fiumefreddo, dove la strada incrocia il metanodotto si imbocca la stradina a fondo naturale a sinistra che risale accanto al metanodotto (poco sotto). Si incontra una recinzione. Si può seguire il metanodotto o camminare lungo la stradina. Nel primo caso si raggiunge la selletta proprio sotto le rupi di Pietra Ferruggia. Nel secondo caso si sbuca poco sotto a sud-ovest ed occorre risalire una valletta sulla destra sino alla sella. Da qui si risale liberamente fin sulle rupi dalla cui sommità si apre un magnifico panorama sul Monte Cocuzzo, su Pietra Longa e, verso nord-est, sulla vallata del Crati e sulla Sila Grande. La cima è piatta e cosparsa di massi. Sul lato dirupato vi è uno strapiombo. Si scende verso nord-est aggirando il vasto avvallamento che separa il crinale da Pietra Longa, con un largo arco si ripiega verso nord raggiungendo la conca ove si incrocia una stradina che viene dalla destra. La si imbocca verso sinistra. Si passa accanto a delle casette con coltivi. Si prosegue oltre. Al bivio prendere a destra, tralasciando la deviazione che scende a sinistra. La stradina che procede ora sotto il crinale aggirandolo. Prima di raggiungere un’altra casetta si risale liberamente lungo il costone che punta verso la sommità di Pietra Longa. Una volta in cresta nella faggeta si procede lungo una serie di pianorini che con lievi saliscendi, tenendosi verso sinistra, porta sulla sommità di Pietra Longa caratterizzata da una bizzarra e pittoresca rupe con una sorta di piattaforma orizzontale aggettante che fuoriesce per un paio di metri sullo strapiombo.

Varianti (per soli escursionisti): proseguendo lungo la stradina che passa sotto Pietralonga si passa per il grande pianoro di Mano del Gigante e si può proseguire fino a Monte Barbaro.

Dal Casellone di Monte Cocuzzo alla vetta di Monte Cocuzzo.

Comuni: Fiumefreddo Bruzio, Mendicino, Longobardi.

Difficoltà: per tutti.

Altitudini: minima m. 1219, massima m. 1541.

Dislivelli (solo andata): m. 322 in salita.

Tempi (solo andata): h. 1,30.

Segnaletica: non presente.

Località di partenza: dalla SS 18 deviare verso l’interno alla volta di Fiumefreddo Bruzio. Da qui proseguire verso Mendicino lungo la provinciale. Al km 19 svoltare a destra verso Potame e poi prendere la stradina secondaria che sale ancora a destra sino a raggiungere il cosiddetto “Casellone”, una struttura in muratura dismessa.

Percorso a piedi: dal Casellone una stradina asfaltata attraversa un bosco di pini e poi sale, sempre più ripidamente verso l’alto. Si esce allo scoperto e si attraversano pendii a praterie sino a raggiungere la stretta crestina sommitale sulla quale la stradina (realizzata per impiantare delle antenne radio) corre sino a raggiungere la panoramica cima di Monte Cocuzzo.

Varianti (solo per escursionisti): dal Casellone si può aggirare sulla sinistra per stradina e poi per sentiero la pendice est di Monte Cocuzzo e poi salire liberamente verso la cresta sud dove, su un pianoro, fanno bella mostra di sé gli Scaglioni, una dedalo di rupi dalle forme bizzarre. Si può risalire in cima puntando verso nord e ridiscendere al Casellone per la via normale.

Sila Greca

Da Cava dell’Orso a Monte Altare

Comuni: Longobucco.

Difficoltà: per tutti nel primo tratto, per escursionisti nel prosieguo. D’inverno, con neve, si tratta di un ottimo percorso per ciaspole e sci da fondo.

Altitudini: minima m. 1316, massima m. 1651.

Dislivelli (solo andata): m. 330 circa in salita.

Tempi (solo andata): h 1,30.

Segnaletica: segnali di vernice a bande bianche e rosse del sentiero n. 510 del catasto del Club Albino Italiano.

Località di partenza: da Longobucco prendere la strada asfaltata per la Fossiata, Lago Cecita, Camigliatello e Cosenza. Tralasciare la deviazione a destra (la vecchia strada di Monte Altare che andava nella stessa direzione) e proseguire invece lungo la strada principale con una serie di ripidi tornanti sino al valico di Colle dell’Esca, con fontana e incrocio con stradine sterrate. Proseguire ancora sino alla valle sottostante e al bivio prendere a destra in direzione di Fossiata, Cosenza, Lago Cecita. Pocopiù avanti, dopo il viale d’ingresso dell’area della Fossiata una breve discesa immette nel vallone del Torrente Fossiata. La località si chiama Cava dell’Orso. Superato il corso d’acqua, lasciare l’auto in prossimità di una stradina sterrata che sale a sinistra. Il punto di partenza si raggiunge anche dal lato opposto, da Camigliatello Silano, con la strada per Lago Cecita e, dopo il ponte sul Fiume Cecita, svoltando a destra in direzione della Fossiata.

Percorso a piedi: per chi proviene da Longobucco, si prenda la stradina sterrata che sale a destra, subito dopo il Torrente Fossiata, segnalata con cartelli che indicano l’itinerario n. 510 del catasto del Club Alpino Italiano in direzione Monte Altare. La stradina sale a fianco del torrente e poi lo supera da sinistra a destra. Siamo in un bosco misto di faggi e pini larici. Ad un certo punto una deviazione a destra indica la variante per raggiungere il bosco monumentale di Gallopane, costituito da diversi pini di proporzioni gigantesche (tempo ulteriore per effettuare la variante, andata e ritorno, h. 1,00). Proseguendo lungo la stradina principale si sale ancora. Il dislivello sconsiglia di proseguire a chi non abbia sufficiente esperienza. Chi decide di proseguire, intersecherà, così, la vecchia strada asfaltata di Monte Altare. La si attraversa e si sale sul lato opposto. In breve si guadagna la panoramica cima di Monte Altare (m. 1651), con vedute amplissime verso nord e nord-est, su tutta la Sila Greca e oltre.

Varianti (solo per escursionisti): da Monte Altare si può scendere a piedi verso Longobucco attraverso il sentiero di Pino Torto.

Le Gole del Trionto.

Comuni: Longobucco.

Difficoltà: per tutti sino al primo guado, per escursionisti nel prosieguo. Da percorrere solo d’estate. Per guadare è necessario bagnarsi anche sino al ginocchio. Fare attenzione alle pietre scivolose. Utili due bastoncini da escursionismo. I più esperti possono praticare il torrentismo spingendosi nella parte alta delle gole.

Altitudini: minima m. 703, massima m. 800.

Dislivelli (solo andata): m. 100 circa in salita.

Tempi (solo andata): h. 1,00.

Segnaletica: nessuno (ma non vi sono problemi di orientamento perché basta seguire il corso del fiume).

Località di partenza: da Longobucco si scende nella parte bassa del paese imboccando la strada asfaltata per Cropalati e per la Strada Statale ionica 106. Prima del ponte sul Trionto si prenda la sterrata a sinistra che, una volta sulla sponda sinistra del fiume (destra idrografica) lo risale. Appena possibile lasciare l’auto.

Percorso a piedi: si procede lungo la stradina sterrata che ben presto raggiunge l’alveo del fiume. Cominciano ad apparire, sui lati, vecchi coltivi abbandonati e ripide pendici erose costellate di boscaglie ma anche di grosse querce e, più in alto, di pini. Sul fiume compaiono massi di ogni tipo e rupi pittoresche. Occorre guadare direttamente nell’acqua e seguire una delle tante piste che risale le gole, passando da un lato all’altro del fiume. Si incontreranno splendide e limpide pozze d’acqua nelle quali è possibile fare il bagno. E’ consigliabile, per i non esperti, non andare oltre un’ora/un’ora e mezza di cammino. Gli altri, invece, possono proseguire l’escursione a piacimento.

Varianti (solo per escursionisti): si può proseguire a piacimento lungo le gole risalendo direttamente nell’alveo e aggirando i passaggi problematici.

Sila Grande

Dalla Fossiata al Vivaio della Riserva ed ai Pascoli di Macchialonga.

Comuni: Longobucco, Spezzano Piccolo, Spezzano della Sila.

Difficoltà: per tutti nel primo tratto. Per escursionisti nel prosieguo.  D’inverno, con neve, si tratta di un ottimo percorso per ciaspole e sci da fondo.

Altitudini: minima m. 1311, massima m. 1551.

Dislivelli (solo andata): m. 200 circa in salita.

Tempi (solo andata): h. 1,30.

Segnaletica: segnali di vernice a bande bianche e rosse dei sentieri n.ri 439, 410A e 410 (in sequenza) del catasto del Club Alpino Italiano.

Località di partenza: da Camigliatello Silano prendere la strada per il Lago Cecita. Superato il centro di visita del Parco denominato “Il Cupone”, superato il ponte sul Fiume Cecita, svoltare a destra verso Fossiata e Longobucco. Percorsi alcuni chilometri in mezzo a fitte e splendide foreste di pini, passata località Cava dell’Orso (vedi itinerario n. 1) oltre un piccolo valico (segnale Fossiata), si incontra un rettilineo sulla cui destra si apre l’ampia radura erbosa con l’area pic-nic che prelude alla foresta della Fossiata. Lasciare l’auto in prossimità del  km 5+800 della Strada Provinciale n. 255. La località può essere raggiunta anche da Longobucco (vedi itinerario n. 1).

Percorso a piedi: si prosegue lungo la strada asfaltata in direzione opposta a quella di provenienza. Dopo poche centinaia di metri, si imbocca, sulla destra, il viale di ingresso della Fossiata contrassegnato da cartelli che indicano il sentiero n. 439 del catasto del Club Alpino Italiano. Si attraversa il vivaio forestale della Fossiata (è in corso di realizzazione un percorso all’interno del vivaio che conserva diverse specie di alberi, con esemplari monumentali, e piante tipiche del Parco). Si incrocia il sentiero n. 410A e lo si imbocca verso sinistra. Poi si incrocia il sentiero n. 410 e lo si imbocca verso destra salendo nella splendida pineta sino a sbucare allo scoperto oltre l’orlo settentrionale della grande ed articolata conca prativa dei pascoli di Macchialonga, contornata dalle cime di Cozzo del Principe (m. 1629), Monte Pettinascura (m. 1689) e Serra Ripollata (m. 1689). In tre quarti d’ora di cammino si può raggiungere la sgombra e panoramica vetta di Serra Ripollata.

Varianti (per soli escursionisti): è possibile una bellissima traversata, da Serra Ripollata scendendo verso sud al Villaggio Zarella.

Dal Lago Arvo a Serra di Mola.

Comuni: Pedace.

Difficoltà: per tutti nel primo tratto. Per escursionisti nel prosieguo. D’inverno, con neve, si tratta di un ottimo percorso per ciaspole e sci da fondo.

Altitudini: minima m. 1375, massima m. 1505.

Dislivelli (solo andata): m. 130 circa in salita.

Tempi (solo andata): h. 1,00.

Segnaletica: segnali di vernice a bande bianche e rosse del sentiero n. 402 del catasto del Club Alpino Italiano. Il tracciato coincide con una parte della tappa n. 18 del Sentiero Italia del Club Alpino Italiano.

Località di partenza: da Lorica si prenda la strada provinciale n. 108bis in direzione di Aprigliano. Raggiunto il bivio (a sinistra) per il villaggio di Righitano, lasciare l’auto.

Percorso a piedi: si prosegue sulla strada asfaltata per poche decine di metri in direzione Aprigliano e si imbocca, poi, a destra, sul lato a monte della strada, una stradina sterrata con i segnali del sentiero n. 402 del catasto del Club Alpino Italiano e della tappa n. 18 del Sentiero Italia. La si imbocca e si comincia a salire tra campi e praterie. Sino a sbucare su una panoramica e larga cresta da cui si gode, volgendosi indietro, verso sud, una magnifica vista sul Lago Arvo e sulla più meridionale dorsale del Montenero e, guardando verso ovest, sulla valle del Torrente Bufalo. Si segua sempre la stradina che, con una serie di tornanti sale a non molta distanza dalla cresta principale, conducendo ad un altro splendido punto panoramico.

Varianti (solo per escursionisti): l’escursione può essere proseguita a piacimento seguendo i segnali del Sentiero Italia del CAI sino ad intersecare la strada asfaltata e proseguire dall’altro lato sino alla cima del Monte Botte Donato.

Sila Piccola

L'alta Val di Tacina.

Comuni: Taverna.

Difficoltà: per tutti. D’inverno, con neve, si tratta di un ottimo percorso per ciaspole e sci da fondo.

Altitudini: minima m. 1480, massima m. 1608.

Dislivelli (solo andata): m. 120 circa in discesa.

Tempi (solo andata): h. 1,00.

Segnaletica: segnali di vernice a bande bianche e rosse del sentiero n. 316 del catasto del Club Alpino Italiano.

Località di partenza: da Taverna prendere la strada montana per Villaggio Mancuso e superare quest’ultimo (da Catanzaro esiste una strada più recente e comoda che porta sul Lago Passante, da dove, con una deviazione ci si può innestare sulla strada tra Villaggio Mancuso e Ciricilla). Si prosegue passando per Villaggio Racise. Prima di raggiungere Ciricilla prendere a destra verso Buturo. Dopo alcuni chilometri, superata una curva a sinistra caratterizzata da uno spiazzo con un cartellone del Parco (sulla destra), lasciare l’auto.

Percorso a piedi: si imbocca la stradina sterrata a sinistra segnalata come sentiero n. 316 del catasto del Club Alpino Italiano che sale il lieve pendio erboso ed entra nel bosco e gira poi verso destra (tralasciare la deviazione secondaria a sinistra) costeggiando una recinzione. Si scende così gradualmente verso il fondo valle. Compiuti una serie di tornanti, si apre la visione incantevole della grande testata valliva del Tacina, caratterizzata da praterie contornate, sulle alture, da boschi di pini e faggi. Proprio all’inizio della valle vi è un piccolo lago artificiale. Si prosegue lungo la stradina principale che ridiscende la valle, discosta sulla sinistra del corso d’acqua. Si giunge così ad una casa diruta detta “La vaccheria” con un abete bianco.

Varianti (solo per escursionisti): si può proseguire ridiscendendo la valle a piacimento. Sulla sinistra si erge il poggio erboso da me chiamato “Poggio degli Elfi”. Lungo il fiume la valle si restringe trasformandosi in una facile forra sino a località Tacina ove è il ponte della sterrata che proviene da Monte Gariglione.

Da Buturo alla valle del Crocchio.

Comuni: Albi, Zagarise.

Difficoltà: per tutti.

Altitudini: minima m. 1540, massima m. 1599.

Dislivelli (solo andata): m. 70 circa in discesa, m. 120 circa in salita.

Tempi (solo andata): h. 1,30.

Segnaletica: segnali di vernice a bande bianche e rosse del sentiero n. 304 del catasto del Club Alpino Italiano. Il tracciato coincide con una parte della tappa n. 16 del Sentiero Italia del Club Alpino Italiano.

Località di partenza: da Sersale prendere la strada per Villaggio Buturo. Raggiunto il villaggio lasciare l’auto.

Percorso a piedi: si procede lungo la strada asfaltata in direzione opposta a quella di provenienza. Dopo circa m. 300, prendere a destra la stradina sterrata con i segnali del sentiero n. 304 del catasto del Club Alpino Italiano e n. 16 del Sentiero Italia. Dopo un tratto in faggeta si scende nel fondovalle del Torrente Crocchio, con belle praterie. Si attraversa il corso d’acqua su un ponte in muratura e si imbocca la stradina sterrata che ne risale il corso sul lato opposto. Raggiunta una sella si gira a destra , a mezza costa, passando per un acquedotto. Si ridiscende verso la valle ancora con praterie ed una confluenza.

Varianti (solo per escursionisti): la passeggiata può essere proseguita a piacimento risalendo il Crocchio e seguendo i segnali del Sentiero Italia del CAI.

Gruppo del Reventino

Da Sambate di Platania a Monte Tombarino e Capo Bove per la via di crinale.

Comuni: Platania, Conflenti.

Difficoltà: per tutti.

Altitudini: minima m. 1050, massima m. 1297.

Dislivelli (solo andata): m. 247 in salita.

Tempi (solo andata): h 1,00.

Segnaletica: non presente.

Località di partenza: da Sambate, frazione di Platania (raggiungibile dalla ex statale 109 deviando a sinistra poco dopo il secondo ingresso a Platania nel verso di chi procede in direzione del Passo di Acquabona, o da Lamezia Terme prendendo da Via dei Mille l’apposita stradina montana e percorrendola per km 6,4), occorre imboccare la rampa asfaltata a sinistra (nel verso di chi procede verso Platania) che, dall’abitato conduce in breve quasi sul crinale sino ad intersecare la strada sterrata che scende da Monte Reventino. All’incrocio dove finisce l’asfalto lasciare l’auto.

Percorso a piedi: si imbocca la strada sterrata verso destra proseguendo sempre su di essa. Al primo bivio si tralasci la deviazione secondaria sulla destra (che attraversa una serie di campi e porta a Sirugo). Al secondo bivio si tralasci la strada che prosegue dritto e girare a destra. Si raggiunge così una prima altura con eccezionali vedute, nelle giornate terse, sulla valata del Torrente Piazza, sul Platania, il Monte Reventino e il Monte Condrò, su Tiriolo e l’omonimo monte, sul Mar Ionio, sulla Piana di Sant’Eufemia, sul golfo omonimo, sulle Serre, sul’Aspromonte, perfino sull’Etna. Si prosegue. Quando la stradina si dirama prendere l’una o l’altra diramazione: si congiungeranno più avanti. Al bivio successivo proseguire dritti (la stradina a destra scende a Sirugo). Raggiunta la pineta, anziché continuare lungo la stradina che penetra nel bosco e raggiunge ugualmente Capo Bove, consiglio di salire invece dritto a fianco del rimboschimento verso nord nella boscaglia di ontani. Ben presto si raggiunge il crinale sgombro con magnifici panorami. Proseguendo si toccano le rocce sommitali di Monte Tombarino e, poco dopo, la cima di Capo Bove.

Varianti (per tutti): si può proseguire lungo la sterrata che passa sotto Monte Faggio (breve la deviazione a destra che sale sulla panoramica cima) e raggiungere Monte Reventino.

Da Panetti di Platania alla Cascata della Tiglia.

Comuni: Platania.

Difficoltà: per tutti.

Altitudini: minima m. 590, massima m. 600.

Dislivelli (solo andata): m. 110 in salita.

Tempi (solo andata): h. 0,30.

Segnaletica: non presente.

Località di partenza: da Platania (vedi itinerario precedente) prendere la strada asfaltata per alcune frazioni tra cui Campochiesa e Panetti. Al bivio prendere a sinistra verso Panetti. Attraversato il piccolo e suggestivo borgo di Panetti, lasciare l’auto vicino alla fontana.

Percorso a piedi: si prosegue sulla strada asfaltata superando il ponte sul Torrente Piazza. Subito dopo si piega a destra lungo la stradina a fondo naturale che sale sulla sinistra del corso d’acqua. Si intravedono sulla destra delle briglie in muratura. Si supera un ruscello e si passa in mezzo a vecchi coltivi. Un tornante a sinistra e si sale per un’altra rampa. Si incontra un acquaro, ossia un canale a mezza costa che interseca la stradina. Lo si supera e si devia subito a destra lungo un’altra stradina secondaria che scende, tra alberi di ciliege, sull’acquaro poco più a monte. Si segue l’acquaro e si raggiunge in breve la conca entro cui è incastonata la Cascata della Tiglia.

Varianti (solo per escursionisti): dal punto in cui l’acquaro taglia la stradina, se si prosegue in salita lungo la stessa, si raggiunge la strada asfaltata che collega varie frazioni di Platania. Prendendo la strada asfaltata a destra si arriva al borgo semi-diruto di Pietra. In vari punti della strada asfaltata si staccano sulla sinistra stradine che raggiungono il crinale principale fra Monte Faggio e Monte Reventino.

Serre

Dal Casello Forestale di Lu Bello di Serra San Bruno al Bosco Archiforo ed alla Pietra dell'Ammienzo.

Comuni: Serra San Bruno.

Difficoltà: Per tutti.

Altitudini: minima m. 857, massima m. 950.

Dislivelli (solo andata): m. 93 in salita.

Tempi (solo andata): h 0,30.

Segnaletica: non presente.

Località di partenza: da Serra San Bruno imboccare la SS n. 110 per Monasterace. Circa cinque chilometri oltre l’abitato, dopo un tratto in una buia galleria di abeti, appena usciti allo scoperto e raggiunto il bivio per Arena, si piega a sinistra, ad angolo retto, imboccando una stradina asfaltata secondaria che corre alla base del versante orientale della Pietra del Caricatore che domina la conca di Serra San Bruno. Poco dopo, la stradina si immerge letteralmente nel fitto bosco di faggi ed abeti, correndo in piano, a mezza costa sulla pendice. Si segue sempre la stradina asfaltata, tralasciando le deviazioni secondarie (la prima è a sinistra, a circa m. 800 dall’imbocco). Si passa accanto ad un acquedotto (sulla destra) e si attraversano, con ponticelli, alcuni ruscelli che scendono da destra. Dopo circa km. 5,9 si raggiunge, sulla destra, nella zona detta Lo Sietto del Caricatore, un casello comunale in località Lu Bellu o Bello (come è scritto sulle carte), con una piccola area pic-nic ed una fontana. Lasciare l’auto.

Percorso a piedi: stando rivolti verso monte osservando il casello, si imbocca la stradina a fondo naturale che risale nel magnifico bosco di abeti monumentali, slanciati, le cortecce scure e tappezzate di muschi. La si segue sino ad un apparente trivio (in realtà la diramazione centrale è un largo solco scavato dall’acqua). Si prende a destra la diramazione secondaria che porta, poco dopo, diagonalmente, alla base di un pittoresco, ciclopico ammasso di graniti somigliante ad un pachiderma addormentato semisepolto nella terra. Sono evidenti i segni della cavatura del granito (massi tagliati ed una moltitudine di grosse pietre cadute di sotto) che prende il nome di Pietra dell’Ammienzo.

Varianti (solo per escursionisti): si può continuare a salire liberamente nel bosco lungo la linea di massima pendenza sino ad intersecare l’antica stradella a fondo naturale che, provenendo dal Passo di Croce di Panaro (a sinistra) porta verso la Pietra del Caricatore (a destra). Prendendo a destra si raggiunge Pietra de Lu Moru, un altro monumentale ammasso di graniti.

Da Bivongi alle Cascate di Marmarico.

Comuni: Bivongi.

Difficoltà: Per tutti.

Altitudini: minima m. 440 circa, massima m. 530.

Dislivelli (solo andata): m. 90 circa in salita.

Tempi (solo andata): h 0,30.

Segnaletica: segnali a bande bianche e rosse del C.A.I.

Località di partenza: dal paese di Bivongi (raggiungibile dalla SS 106 piegando verso l’interno all’altezza di Monasterace marina) si prende la stradina dapprima asfaltata e poi a fondo naturale con brevissimi tratti in calcestruzzo (necessario un fuoristrada ma d’estate, in loco, c’è un servizio di accompagnamento) che, passata accanto al campo sportivo risale il corso della Fiumara Stilaro e si inerpica poi sulla pendice di sinistra (per chi è rivolto con le spalle alla costa). Poco dopo le prime rampe, sulla destra vi è un ristorantino (“La Vecchia Miniera”). Si prosegue tralasciando le diverse deviazioni secondarie (che è impossibile elencare tutte). Intanto, mentre la stradina risale a mezza costa talvolta con aerei passaggi si aprono sulla destra impressionanti visioni del vallone incassato della Stilaro. Dopo km. 7,3 si raggiunge il punto di confluenza tra i valloni Folea e Ruggiero, che costituiscono i rami superiori della Stilaro. Vi è un piccolo spiazzo ed uno stretto ponte in calcestruzzo che ingloba la condotta del vicino acquedotto. Lasciare l’auto.

Percorso a piedi: si attraversa lo stretto ponte sotto il quale ruggisce l’acqua del Folea. Raggiunta la riva opposta, un sentiero scavato nella roccia risale il vallone Folea e ben presto lo guada con un ponticello di legno (se si prosegue sull’altro lato della valle si interseca il sentiero che scende da Ferdinandea). Il sentiero passa accanto ad una sorgente intubata ed una piccola area pic-nic. Si inerpica poi (attraversando una recente frana che lo ha parzialmente distrutto) sino a ritornare in piano passando accanto ad un grande masso erratico di granito e sbucando infine alla base delle imponenti cascate.

Varianti (solo per escursionisti): la variante per salire a Ferdinandea è descritta nel procorso. Una volta giunti alla base delle cascate, se ci si arrampica a sinistra si raggiunge un labile sentierino che in breve raggiunge uno dei salti superiori delle cascate.

Aspromonte

Dalla diga sul Torrente Menta alle cascate del Menta-Amendolea.

Comuni: Roccaforte del Greco, Roghudi.

Difficoltà: Per escursionisti.

Altitudini: minima m. 1116, massima m. 1329.

Dislivelli (solo andata): m. 70 circa in salita, m. 283 circa in discesa.

Tempi (solo andata): h 1,00.

Segnaletica: segnali a bande bianche e rosse del CAI

Località di partenza: dall’autostrada SA/RC uscita per Bagnara. Prendere per S.Eufemia d’Aspromonte e poi per Gambarie. Proseguire in direzione di Reggio Calabria e piegare a sinistra per Montalto. Dopo qualche km deviare sulla destra lungo la larga strada asfaltata contrassegnata da un cartello indicante i lavori della diga sul Menta e che scende appunto verso il fondovalle. Si intravede il lago artificiale. Raggiunta l’edificio dei custodi della diga lasciare l’auto.

Percorso a piedi: si scende lungo la stradina al di sotto della diga fin sul greto del fiume fin dove il torrente Menta ed un suo affluente di sinistra, senza nome, confluiscono formando la Fiumara Amendolea. Dopo aver attraversato sui sassi dapprima il Menta e poi il suo affluente (sulla sinistra vi è una fontanella) si segue la stradina che, in leggera salita, costeggia il torrente seguendone il corso (sulla sinistra per chi procede nel verso della corrente). Al bivio si continua dritto in discesa (la deviazione a sinistra porta verso il crinale sino ad intersecare la stradina proveniente da Pasdavoli). Sulla sinistra vi è una sorgente. Si giunge così nuovamente sul greto. La stradina risale quindi nuovamente fino ad un culmine con un’ampia radura puntellata di massi e di alberi radi. Si ridiscende lungo il pendio sulla destra (si può prendere come riferimento il filo spinato) fino al punto in cui sulla sinistra vi sono evidenti tracce di erosione sul terreno (poco a destra, affacciandosi dalle rocce tra grandi pini si osserva un bel tratto a canyon con alcuni salti d’acqua). Un camminamento appena accennato corre a mezza costa sulla pendice a sinistra passando nella vegetazione al di sotto di una grossa frana, superando poi un ruscelletto fino a raggiungere un piccolo belvedere tra le rocce da cui si gode una visuale completa delle splendide ed architettoniche cascate da Spana (nome dialettale della ginestra), note anche come cascate Maesano.

Varianti (solo per escursionisti): per raggiungere la base delle cascate basta seguire liberamente il costone fin sul greto del torrente e poi risalire quest’ultimo per un breve tratto. Il collegamento con la stradina di crinale proveniente da Pesdavoli è descritta nel percorso principale.

Dal San Luca a Pietra Cappa.

Comuni: San Luca.

Difficoltà: per tutti.

Altitudini: minima m. 800, massima m. 900.

Dislivelli (solo andata): m. 100 in salita.

Tempi (solo andata): h 1,30.

Segnaletica: segnali a bande bianche e rosse del CAI.

Località di partenza: da San Luca (raggiungibile dalla SS 106 deviando verso l’interno all’altezza di Bovalino si prenda la strada asfaltata per Montalto. Lasciato il paese si prosegue lungo la strada asfaltata superando una singolare rupe conica sulla destra detta Pietra Lunga. Poco dopo una deviazione a destra indica Piatra Cappa ed il casello forestale di San Giorgio. Lasciare l’auto.

Percorso a piedi: la stradina passa fra castagni monumentali e boschi di querce e raggiunge il casello forestale di San Giorgio. Pietra Cappa è ben visibile, con la sua inconfondibile mole simile ad un testone semisepolto nella vegetazione, dal casello. Si percorre a piedi il breve sentiero che conduce alla base di Pietra Cappa.

Varianti (solo per escursionisti): da Pietra Cappa un sentiero molto suggestivo che passa per le Rocche di San Pietro consente di traversare sino a Natile Vecchio frazione di Careri.

Altri luoghi

Da Palmi al sentiero del Tracciolino.

Comuni: Palmi, Seminara.

Difficoltà: per escursionisti.

Altitudini: minima m. 180, massima m. 250.

Dislivelli (solo andata): m. 70 in salita.

Tempi (solo andata): h. 1,30.

Segnaletica: non presente.

Località di partenza: da Palmi (raggiungibile con l’apposita uscita dell’autostrada A3) raggiungere il campo sportivo e proseguire lungo la strada asfaltata che sale a mezza costa lungo la scogliera. Finito l’asfalto, al primo slargo utile lasciare l’auto.

Percorso a piedi: una stradina sterrata che poi si trasforma in sentiero taglia a mezza costa la strapiombante e dirupata pendice occidentale del Monte Sant’Elia che domina Palmi e questo tratto più settentrionale della Costa Viola. Il sentiero era un antichissimo percorso di pastori, che portavano al pascolo brado gli animali, e di contadini, che coltivavano i mirabili terrazzamenti che ancora oggi cesellano le ripidi pendici di questo tratto impervio di costa tirrenica calabra, sebbene non più coltivati. Fu in parte ripristinato perché vi passa un acquedotto. Sono in corsi lavori di restauro. Le condizioni dei luoghi e le enormi rupi che lo sovrastano sono tali da rendere il percorso inevitabilmente insicuro per le frane. D’estate comunque il percorso è normalmente stabile e praticabile. Si procede con magnifiche vedute sulla costa sottostante, le rupi soprastanti ed il mare, con la linea di costa che si allunga sino allo Stretto di Messina. Si attraversa un castagneto ceduo e si prosegue sino a che il sentiero si esaurisce.

Varianti (solo per escursionisti): girando a sinistra e salendo ai Piani della Corona il sentiero prosegue sino al panoramico belvedere del Monte Sant’Elia dal quale poi scende ricongiungendosi ad anello alla parte iniziale del sentiero principale.

Prima appendice: consigli pratici

Per conservare un buon ricordo di una esperienza in montagna occorre prevenire situazioni e pericoli. Quel che occorre, innanzitutto, oltre ad una guida esperta, è avere gli indumenti e gli attrezzi giusti per camminare in ambienti molto diversi da un parco cittadino. Comodi e collaudati scarponcini da trekking sono essenziali per camminare senza affaticare piedi e gambe. Uno zaino a spalla eviterà buste e tascapani oscillanti. Due bastoncini serviranno a prevenire scivoloni e ad aiutare in salita e discesa. E’ sempre bene avere negli zaini una guaina per la pioggia, del cibo leggero, almeno un litro d’acqua, un berretto di lana (d’estate anche uno di tela o di paglia contro il sole) e dei guanti, un pile, una giacca a vento. Bisognerà sempre lasciar detto in albergo – ove non ci fosse una guida con voi – dove siete diretti. Nell’auto sarà utile lasciare un ricambio completo di vestiario nel caso si arrivasse alla fine dell’escursione bagnati.

In qualunque momento dell’anno si possono verificare piogge anche torrenziali. In questo caso non basta essere attrezzati per affrontare la pioggia, ma bisogna anche evitare di mettersi in cammino (soprattutto nelle gole fluviali) se vi sono previsioni di maltempo. Così come non è mai bene affrontare una zona poco conosciuta, non segnalata e magari fittamente boscata, in caso di nebbia.

Ecco alcune regole fondamentali sul come camminare in natura, per evitare cadute, storte, incidenti vari: a – guardare sempre per terra dinanzi a sé quando si è in movimento (per osservare i paesaggi è sempre bene fermarsi) così da prevenire gli ostacoli, i pericoli o le asperità del terreno; b – se è necessario, fare soste brevi (quelle lunghe rompono il ritmo e si farà più fatica a riprendere il cammino); c – poggiare bene il piede per terra soprattutto in discesa (in tal caso non lasciarsi prendere dalla foga); d – procedere sempre con lo stesso ritmo (senza cioè fare accelerazioni improvvise) e comunque adeguato a quello della persona più lenta del gruppo; e – nei fiumi fare molta attenzione alle pietre viscide (causa di scivoloni e storte), ai legni conficcati tra i massi sul fondo (evitare quindi i tuffi alla cieca); f – nella neve, a piedi, calcolare tempi doppi o tripli di percorrenza e la possibilità di gelo ai piedi.

Seconda appendice: norme di comportamento

Un parco nazionale è un’istituzione finalizzata innanzitutto a tutelare un territorio particolarmente delicato ed importante dal punto di vista ambientale, umano, storico, culturale. Dunque non si può visitare un parco come si visita una qualunque altra meta turistica. L’ideale sarebbe prima informarsi ed approfondire la storia e la realtà del parco, con dei libri o con tutti gli altri strumenti di informazione che la moderna tecnologia mette a disposizione (si veda sempre la parte di questa guida dedicata agli approfondimenti). Questo consentirebbe di essere consapevoli di quanto tempo, quanta storia, quanto lavoro, quanta cura sono stati necessari per produrre tanta bellezza e tanta identità. Ma a prescindere da ciò, in un parco nazionale vanno rispettate delle regole di comportamento precise, previste anche nella normativa nazionale e nei regolamenti del parco. Senza voler pedantemente richiamare queste norme, condensiamo qui di seguito alcuni comportamenti fondamentali a cui attenersi, con le relative spiegazioni.

  1. Essere il più possibile consapevoli ed informati sulla storia, la cultura, le tradizioni, la natura dei luoghi che s’intendono visitare: per evitare di consumare la vacanza senza intessere una relazione profonda anche con l’umanità che vive nella zona, senza ricavare alcun reale insegnamento e senza entrare in contatto con la vera essenza dei luoghi, quella che gli antichi chiamavano Genius Loci, spirito o anima dei luoghi, e che oggi potremmo tradurre come identità estetica e culturale dei luoghi stessi.

  2. Comportarsi come si vorrebbe che un estraneo o un ospite si comportasse in casa nostra, cioè senza sporcare, schiamazzare, danneggiare alberi e  fiori, accendere fuochi etc: per non lasciare traccia alcuna del proprio passaggio e depauperare in qualche modo quella bellezza.

  3. Appena possibile abbandonare l’auto ed i veicoli a motore e non ragionare con il classico “andiamo più avanti possibile per risparmiare fatica”: una volta tanto riscopriamo anche la naturalità del nostro corpo e addentriamoci nella natura davvero in punta di piedi, evitando, tra l’altro, di invaderla con automezzi rumorosi ed inquinanti.

  4.  Tutti coloro che si avvicinano per la prima volta ad un determinato territorio e non hanno buona esperienza di montagna si affidino senza indugio a guide professionali attingendo agli elenchi forniti dei parchi. Inoltre, se non si è già pienamente consapevoli delle proprie responsabilità di visitatori di un parco o un’area naturalistica di pregio, o non si è accompagnati da guide capaci, evitare di formare comitive troppo numerose: l’essere in molti, oltre che comportare disturbo in delicatissimi habitat, ove trovano rifugio animali selvatici terrorizzati dall’uomo, implica sempre una caduta della necessaria tensione morale e distrae dai veri obiettivi dell’escursione.

  5. Nel procedere lungo gli itinerari, cercare di entrare in sintonia con la natura, con la bellezza e con la magia dei luoghi che si attraversano: l’escursione naturalistica non è un semplice gesto atletico né un’occasione di sguaiato divertimento, ma può invece essere vissuta come un autentico momento di riconciliazione intima e personale con la natura e di ammirazione nei confronti del creato.

  6. Cercare, nei limiti dei propri impegni e delle proprie forze, di assumersi una parte anche piccola di responsabilità nei confronti della natura per contribuire a perpetuarne i valori: non delegare, cioè, sempre allo Stato, agli enti locali, agli enti parco, ai politici, agli altri quel che noi stessi potremmo e dovremmo fare, ad esempio associandoci localmente o aderendo ad una delle gradi associazioni di tutela dell’ambiente già esistenti.

Indice sommario