NON-FINITO E NEO-PITTORESCO CALABRI: ISTRUZIONI PER L’USO

Mi sono “divertito”, negli scorsi giorni sui social, a proporre diverse foto, scattate durante le mie ormai quarantennali peregrinazioni in Calabria, raffiguranti scempi edilizi, rifiuti e rottami vari abbandonati nei boschi o in luoghi di pregio, cartelli e carcasse sforacchiati da pallottole, manufatti curiosi, tutti provenienti da quello che ho chiamato, per semplificare, “neo-pittoresco calabro”, così accomunando – lo ammetto – fenomeni a volte diversi fra loro, tuttavia riconducibili a ciò che potremmo definire “cultura della rovina”: rovinare un luogo, un paesaggio, un centro storico, ma anche produrre delle rovine moderne, degli scarti delle nostre società. In questo, devo dire, noi calabresi – una volta tanto – siamo i primi, i più bravi, in Italia ed in Europa, benché queste cose non accadano solo in Calabria. Si tratta, in ogni caso, di una parte notevole dell’ombra (in senso junghiano) che contraddistingue la nostra terra. I commenti del pubblico sono stati per lo più indignati e, per altra parte, ironici. Qualcuno ha proposto mostre, libri e perfino un trekking del neo-pittoresco calabro, ossia un’intrapresa economica per portare viaggiatori alla scoperta di alcune di queste singolari “installazioni artistiche”.

Ora però vorrei provare ad interpretare, dal mio punto di vista, quelli che appaiono solo come degli “orrori”. Sostiene Emilio Leo, architetto e designer oltre che titolare di quella meravigliosa fabbrica artigianale che è il Lanificio Leo di Soveria Mannelli, che più che di “non-finito calabro” si dovrebbe parlare di “indefinito calabro” ossia di un fenomeno da ricondurre al concetto di precarietà e di irrisolto che è tipico della società calabrese. Aggiungo: una società non sotto-sviluppata, ma semmai diversamente-sviluppata (perché uno sviluppo, seppur caotico e, appunto, precario, vi è stato), la quale è passata in pochi anni dall’arcaismo alla post-modernità, saltando a piè pari la modernità tipica delle società industriali del Nord Italia. Abbiamo vissuto cioè, in Calabria, un tempo sospeso, in cui la modernità ci è giunta non sotto forma di capitalismo, tecnica e industria diffusi (con ciò che questo avrebbe potuto comportare in termini di modernizzazione effettiva) ma in forme puramente imitative di costumi, modi di fare, stili costruttivi, materiali da utilizzare. Da qui, a mio parere, la fuga generalizzata della gente da un “passato” fatto di povertà, attraverso l’abiura di un intero mondo, compreso quello valoriale, che aveva retto la civiltà agricola del Sud per secoli. E la fuga dal passato ha comportato anche la negazione di tutto ciò che al passato è legato, primo fra tutti il paesaggio, inteso come coacervo di natura e cultura così come si è sedimentato nella storia e così come viene percepito dagli osservatori. Ecco, dunque, le ragioni della disaffezione dei calabresi per tutto ciò che è paesaggio e la loro tendenza, invece, a produrre le rovine di cui sopra.

Come ho ricordato altre volte, avevano ben compreso questo “complesso di inferiorità collettiva” della civiltà contadina del Sud rispetto a quella industriale del Nord, intellettuali come Carlo Levi, Pier Paolo Pasolini, Giuseppe Berto. Bisogna però anche ricordare, con riferimento allo specifico degli abbandoni di carcasse di auto, frigo, lavatrici, mobilia in luoghi lontani dai centri abitati, la preoccupazione delle persone di essere viste disfarsi di oggetti di un qualche valore, per non incorrere nell’invidia, nel malocchio, che sono componenti essenziali di quei relitti di magismo studiati, con dovizia di mezzi scientifici e mediatici, dal grande antropologo e storico delle religioni Ernesto De Martino nel secondo dopoguerra (da leggere assolutamente il suo “Sud e magia”). E infine, non si dimentichi la cultura del riuso (oggi diremmo riciclo) che era tipica delle comunità contadine, per cui, ad esempio, una vecchia carcassa d’auto poteva divenire un pollaio, con delle vasche da bagno si potevano realizzare degli abbeveratoi, con delle reti da letto dei cancelli, con degli pneumatici abbandonati dei muretti di contenimento. E, quanto all’edilizia arraffazzonata che è la parte di maggiore evidenza del neo-pittoresco, non dimentichiamo che la realizzazione di una casa o l’allargamento dell’abitazione esistente è stata una delle principali preoccupazioni dai calabresi dall’era del boom economico in avanti, favorita anche dalle rimesse degli emigranti e, contemporaneamente, dalla mancanza di strumenti urbanistici e di controlli adeguati sugli abusi edilizi. Questo il quadro delle “giustificazioni” storiche ed antropologiche del neo-pittoresco o del non-finito o del non-rottamato calabri.

Resta il problema di cosa fare di questo fenomeno che caratterizza in modo tanto stridente la Calabria. Siamo dinanzi a tesi diametralmente opposte. Angelo Maggio, il fotografo che più di tutti, in questi anni, ha ritratto il non-finito, animatore di un sito che, non a caso si chiama “cementoamato.it” è dell’idea che occorra procedere ad una bonifica integrale del territorio. Ma sul fenomeno si tenne anche un apposito convegno nel settembre 2019, nell’ambito di “Sciabaca Festival”, il festival dei viaggi e delle culture mediterranee annualmente organizzato da Rubbettino Editore a Soveria Mannelli. E in quell’occasione il critico d’arte Pietro Gaglianò osservò: “da un punto di vista formale [il non-finito calabro] talvolta è meno offensivo alla vista degli edifici finiti e accessoriati, e si accosta quasi timido sul ciglio delle strade provinciali e contiene una strana forma di speranza, una prospettiva per un avvenire da risolvere, come se il cemento armato e il laterizio a cielo aperto si conservassero alla perfezione”. Sulla questione dichiarò poi Luigi Prestinenza Puglisi, critico e storico dell’architettura italiana, esperto di pianificazione urbanistica: “Il non-finito è un’opportunità. Prendiamo San Gimignano, dove tutto è al suo posto, dove nessun intervento è più ammissibile se non un atteggiamento contemplativo. Si rischia la mummificazione, la messa in custodia, la museificazione.”

Opinioni discordanti, come si vede. Ma è certo che se le carcasse – sia pure a fatica e con costi esosi – possono essere eliminate dai boschi – è praticamente impossibile abbattere le brutture architettoniche disseminate dappertutto. Qualche anno fa, parlando con degli amici che gestiscono un B&B a Lamezia Terme molto frequentato da turisti stranieri, domandai quali fossero le impressioni di questi ultimi rispetto

al fenomeno di cui parliamo. Gli amici mi dissero che i turisti erano incuriositi da tutto, anche da quelle che noi definiamo “brutture”, come si trattasse, per l’appunto, della versione moderna del “pittoresco” da cui un Edward Lear o un qualunque altro viaggiatore straniero dell’Ottocento rimase affascinato. L’unica cosa che per gli ospiti stranieri del B&B non andava bene era vedere rifiuti urbani e sporcizia per le strade. Ovviamente si trattò solo di un piccolo test in preparazione di una conversazione che dovevo tenere di lì a poco e non di una ricerca sociologica, ma la cosa mi aprì gli occhi sulla percezione del fenomeno da una parte dei forestieri. Con questo non voglio sostenere che il neo-pittoresco calabro vada inteso come “benfatto” (anziché malfatto), ma penso che si possa produrre una sorta di etica delle rovine, che abbia come perni la comprensione, la riflessione e l’osservazione degli scarti di una modernità fraintesa ma anche la consapevolezza necessaria per guarire dai nostri complessi di inferiorità ed emanciparci dall’incapacità di ri-solvere, di ri-finire, di definire – per usare la metafora di Emilio Leo – la nostra “ombra” e di darle, una volta per tutte, una “forma” che abbia dignità e valore.

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