Don Lorenzo Milani: riabilitare l’utopia

Ho evitato di scrivere, il 27 maggio, sul centenario della nascita di don Lorenzo Milani (Firenze 27.05.1923). Lo avevo fatto, polemicamente in anticipo, invece, il 3 maggio, sul Corriere della Calabria (https://www.corrieredellacalabria.it/tag/bevilacqua/). Nel giorno del centenario ho preferito tacere, dunque, in attesa di leggere i resoconti delle celebrazioni pubbliche. Per vedere quanto ipocrite esse sarebbero state. E puntualmente – anche a prescindere dall’appropriazione indebita del ricordo di don Lorenzo da parte di chi oggi gli sarebbe stato nemico – poco o nulla è stato detto dell’ostracismo riservato a quest’uomo mite, rigoroso, radicale, scomodo, a questo imitatore del Vangelo, a questo strenuo difensore degli ultimi.

Si trattò, in realtà, di una vera e propria persecuzione: da parte delle gerarchie ecclesiastiche, che non tollerarono, nelle prime elezioni politiche del dopoguerra, la sua posizione favorevole al voto libero; da parte del potere laico, che mal digeriva il suo volere il riscatto delle classi subalterne, la sua posizione controcorrente su temi fondamentali come la scuola, il lavoro, il militarismo. Prova ne fu il suo esilio a Barbiana, una piccola frazione di contadini poveri nel Mugello ed il processo per apologia di reato, quando don Lorenzo difese pubblicamente quelli che allora si chiamavano renitenti alla leva.

Ma nell’isolamento e nella povertà di Barbiana, don Lorenzo trovò linfa per battersi ancor più strenuamente per gli ideali di sobrietà e giustizia sociale. Diede vita ad una piccola scuola totale per i ragazzi, che altrimenti non avrebbero ricevuto istruzione. E da quel luogo divenuto un simbolo, nutrito di pedagogia rivoluzionaria, egli rese pubblico il suo impegno per gli emarginati, invitando a Barbiana intellettuali, politici, sindacalisti e scrivendo lettere aperte ad istituzioni e giornali.

Il messaggio di don Lorenzo è tutt’altro che sorpassato. Nel giugno del 2017 Papa Francesco, con un pellegrinaggio sulla sua tomba riabilitò completamente il pensiero e l’opera di don Lorenzo, rimarcandone la piena aderenza alla missione evangelica, alla Chiesa ed al ministero del sacerdozio. Gli emarginati di allora sono oggi tutti coloro che, nella visione economicista imperante, potremmo definire “gli inutili”: per un verso chi si rifiuta di essere manodopera (anche intellettuale) a buon mercato; dall’altro chi non vuol far parte della riserva di consumatori obbedienti; e ancora, da un altro punto di vista, chi mantiene senso critico verso le narrazioni a senso unico di certe realtà.

Gli scritti di don Lorenzo, letti oggi, suonano profetici, al pari di quelli di altri grandi radicali della storia moderna, come Gandhi o Pasolini. La stella polare di don Lorenzo fu l’umiltà, benché mai slegata dal coraggio. La sua sfida fu quella dell’utopia di una società più libera, equa e giusta, quell’aspirazione ideale, cioè, che non può trovare realizzazione in un mondo che deifica il danaro, il successo, il potere, il dominio delle élite. Per questo, come Gandhi e Pasolini, possiamo definirlo un profeta sconfitto, laddove però, la sconfitta, ci impegna tutti ad un rinnovato fervore.

Ecco, di tutto questo mi sarebbe piaciuto ci parlassero i cerimonieri nel centenario della nascita di don Lorenzo. Come era prevedibile, invece, hanno prevalso l’ipocrisia, la vacuità, le passerelle, le frasi di circostanza; anche quelle di coloro che oggi rispedirebbero volentieri indietro, a Barbiana, le lettere che don Lorenzo inviava ai piccoli ed ai grandi potenti di allora, che sono poi gli stessi di oggi.

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