Cozzo dell’Orso: per un “Mondo Nuovo” ed una nuova Umanità

Passi sulla coltre di foglie! Malinconici e pensanti. Arranco verso la cima di Cozzo della Schioppettata. Nell’ombra della faggeta umida e vellutata di muschi. Nel freddo del primo, vero mattino d’autunno di quest’anno. Oltre la valle, invisibile, c’è Cozzo dell’Uomo Morto. I toponimi delle due montagne sono incolpevolmente assonanti con lo sconcerto per la guerra in Medio Oriente. La fatica aiuta a dissolvere le ansie per qualche ora: una tregua, come quella che vorremmo vi fosse nei luoghi dell’odierno terrore.

Partiti dal cancello di Fiumarella di Rossale, passati per Tavolara, saliti poi per un labile sentiero verso i rilievi a sud-ovest. Con l’intento di tagliare il lungo aggiramento sul vecchio tracciato ferroviario che porta verso Cozzo dell’Orso. Torneremo, nel pomeriggio, dal lato opposto, attraverso la grande foresta di Campiglione. Nell’abbraccio di alberi fiabeschi e massi muscosi.

Attraversiamo, ora, la cresta della montagna. Scendiamo verso Tre Fossi, le radure ancora madide di rugiada, oltre le quali si apre l’abisso. Presagisco l’effetto che l’uscita su Cozzo dell’Orso avrà per gli amici ignari. Il mio vecchio cuore batte forte, perché anch’io ho mancato quest’incontro per troppo tempo. Dall’ombra alla luce, dal bosco alla rupe, dall’ansia alla gioia, dalla guerra alla pace. La macchina fotografica non sarà mai in grado di restituire la visione che da quassù si gode sulla Valle dell’Abatemarco, sinuosa e solitaria, sullo sfondo del mare lontano, su Cozzo del Pellegrino e Monte La Calvia, con le loro lunghe e ripide pietraie, come ferite laceranti i fianchi delle montagne, sulla mole triangolare del M. Trincello, sulle praterie di Schiena La Sepa, sulle foreste di Campiglione e, più indietro, verso M. Palanuda, sullo sfondo delle altre montagne della Calabria e della Basilicata. Procediamo ora lentamente lungo l’orlo del crinale, con a fianco dirupi rocciosi che affondano per seicento metri verso il vuoto-pieno di una valle che fu pullulante di vita. Tutt’intorno, pini loricati sorgono miracolosamente dalle rupi. Vecchi faggi aggrovigliati come serpenti fanno da sentinelle sul ciglio dei dirupi.

Pur affascinato dagli scorci che si susseguono, pur rincuorato da visioni che tolgono il fiato, realizzo che perfino in questo paradiso appartato e lontano è giunto il fuoco appiccato dall’uomo. Quassù vi è stato un inferno simile a quello che dei popoli bombardati. È venuto dal fondo della valle, indisturbato, sinistro, malefico. Ha risalito i canali, le creste, i contrafforti. Ha percorso i fianchi dell’antico sentiero che era la via di pastori, carbonai, boscaioli. Mi rattristo: è il segno che bellezza e pace, gioia e armonia sono sempre in pericolo, che sempre bisogna vigilare, accudire, difendere, perché il buono e il bello non sia violato. “Finché esisterà anche un solo uomo capace di accrescere le proprie ricchezze o di arricchirsi con la guerra e che abbia al contempo il potere o l’influenza per provocare una guerra, fino ad allora vi saranno guerre.” Così scrisse Arthur Schnitzler, per avvertire che non sono i popoli a volere le guerre ma i demoni del profitto e del potere.

Osservo la valle. Laggiù vi è un’intera pendice che qualcuno chiamò “Mondo Nuovo”. Come se gli uomini che vissero nelle case di pietra di Carpinosa abbiano sperato che da qualche parte debba esservi una via d’uscita alle sofferenze, alla miseria, all’indifferenza, al cinismo. E abbiano collocato quella speranza in un luogo consacrato del loro piccolo orizzonte terrestre, con quello strano nome: un mondo nuovo, appunto, dove possa trovare rifugio la vera Umanità. Non quella che qui, con il fuoco, ha provato a cancellare la bellezza, e lì, in Palestina, è affondata nella vendetta e nel rancore. Ma quella, invece, che innalza dappertutto gli esili vessilli dell’amore, della compassione e del perdono.

 

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