L’estate in Calabria dovrebbe essere solo gioia: caldo quasi ovunque tollerabile grazie alla posizione geo-climatica della regione; abbondanza di acque interne (mal utilizzate, naturalmente); possibilità di spostarsi dal mare ai monti in tempi rapidi e anche di traversare dallo Ionio al Tirreno e viceversa; paesaggi dei più diversi (per questo Guido Piovene o Giuseppe Isnardi parlavano di “mosaico” e di “intarsio” a proposito del volto terrestre della Calabria); mille possibilità per chi vuol allontanarsi dal turismo di massa. E poi riposo vero, “letargo”, tempi dilatati, spazi vuoti a perdita d’occhio, “sovrumani silenzi” per i visitatori dal palato buono. E ancora: chi ama muoversi a piedi può farlo in migliaia di percorsi, cammini, trekking. Mettici anche la l’ospitalità – quest’ultima proveniente dall’insegnamento greco per cui l’ospite che bussa alla tua porta potrebbe essere un dio sotto mentite spoglie che vuol metterti alla prova. Aggiungi quel senso dell’esotico, del lontano, dell’ignoto, del selvaggio, dell’irrazionale, del pittoresco e dell’autentico, che ho provato a descrivere in un mio recente libro. Ecco, le condizioni ci sono tutte, insomma, perché i calabresi vivano, se vogliono, le proprie vacanze in Calabria accogliendo amici e visitatori, prendendosi una pausa, chi può, dalle proprie ansie, e contribuendo a rendere migliore la loro terra. E le stesse condizioni valgono anche per gli stranieri.
Eppure, tutto ciò non basta ad escludere dall’estate in Calabria quell’overdose di ansie che macchiano e complicano la relazione con questa terra da parte di chi vi resta, vi torna o vi approda. A parte i soliti disagi tipici delle terre del Sud, la confusione, il disordine, la vicinanza del bello prodotto dalla natura, dall’arte, dalla storia ed il brutto realizzato da una modernità fraintesa; a parte i disservizi pubblici e la mancanza di una non ancora matura professionalità nell’accoglienza; a parte gli antichi pregiudizi sui calabresi; a parte tutto ciò, da molti anni ormai non si riesce a godere di quella gioia di cui parlavo in apertura perché gli incendi estivi, a causa della stupidità e/o la follia dei piromani e di una ancora non matura strategia di prevenzione, analisi e spegnimento, sono divenuti la vera costante ansiogena dell’estate in Calabria. E purtroppo non solo in Calabria o nel Sud Italia.
Le persone più sensibili, il pubblico più consapevole, abitanti e visitatori che maggiormente hanno a cuore la Calabria non possono che rimanere in una costante situazione di allarme per il paesaggio e le comunità, che paiono vittime di una maledizione. Ne riparleremo più approfonditamente quando sarà passata l’urgenza, semmai passerà. Sin d’ora però potremmo dire, parafrasando un vecchio motto che è stato una costante per Napoli e tutto il Sud e sul quale Benedetto Croce scrisse un acuto e breve saggio: “Calabria: un paradiso bruciato dai diavoli”. Ma non ci vuole un esorcismo per cambiare le cose. Basta prendere atto che il nostro territorio, la sua vegetazione rigogliosa, le sue grandi foreste, la sua biodiversità oltre che l’arte, le tradizioni, la cultura sono la prima e vera attività produttiva della Calabria. Occorre anche prendere atto che il saper realmente prevenire, analizzare, spegnere, fare indagini serie sono ormai parte del problema. Senza recriminazioni, senza accusare nessuno, ma con l’umiltà indispensabile per imparare e innovare.



